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“Il Giornale” 19 aprile 2010 
Alessandro Cecchi Paone è un uomo divertente, colto e disponibile verso gli altri. Quando parla di se stesso lo fa con il cuore, senza filtri. Durante il percorso che lo ha portato a dichiarare apertamente «sono omosessuale», anche lui, come tanti, si è sentito «sbagliato». Il giorno del Gay Parade del 2000, a Roma, per la prima volta ha sentito la necessità di uscire allo scoperto, di dare il proprio contributo. Non c’è riuscito. «Non ero ancora pronto», dice. Solo quattro anni dopo, durante un’intervista clamorosa, lo rivela con naturalezza e serenità.Come si è sentito il giorno in cui tutti i giornali parlavano del suo «outing»? 
«Avevo paura, temevo il giudizio della gente. Poi, una volta trovato il coraggio di uscire, sono rimasto quasi deluso, la gente sembrava disinteressata. Solo quando una persona mi ha fermato e mi ha detto: “io sono etero, ma ammiro il suo coraggio in questo Paese bigotto e ipocrita”, solo allora mi sono sciolto ed è cominciata una nuova fase di vita».

Ha capito di essere omosessuale quando, sposato con una donna, ha scoperto di amare un ragazzo. All’inizio ha cercato di scacciare questo sentimento o ci si è buttato a capofitto?
«Ero molto innamorato di mia moglie e quindi ho cercato di trovare tutte le strade possibili per interpretare e indirizzare quello che sentivo secondo uno schema classico di grande amicizia esclusiva. Non è servito. L’irruzione dell’attrazione fisica ha reso impossibile la mediazione».

La sua famiglia come l’ha presa?
«Conoscendo il grande sentimento che avevo verso mia moglie non capivano bene cosa stesse accadendo. Avevano paura che mi trovassi solo, che perdessi il lavoro, che non incontrassi qualcuno all’altezza di Cristina. Cose normali, umane, che accadono in molte coppie che si separano».

Ma lei si separava perché innamorato di un uomo, niente da dire?
«I miei condividono una matrice nordeuropea laica per cui figuriamoci se la sessualità deve avere limiti, o regole, o divieti, o condanne. Sono abituati da sempre a essere all’avanguardia di un’Italia moderna, che guarda avanti e non rimane bloccata su vecchi schemi».

Non tutti i genitori sono di vedute così aperte. Che cosa avrebbe detto a sua madre se le avesse impedito di vivere liberamente la sua condizione?
«Purtroppo accade ed è un problema. Si vive nella paura di perdere l’amore della famiglia, un tormento. In Italia soprattutto gli anziani sono figli della cultura del fascismo e della Chiesa cattolica che su questi temi hanno posizioni inaccettabili dal punto di vista di una democrazia liberale, questo peggiora la situazione. A mia madre direi: “sono tuo figlio, amami, aiutami. Non sono malato né delinquente, non sono pericoloso per me e per gli altri. Metti da parte quello che ti hanno detto quando eri piccola e tieni conto di quello che mi fa stare bene: essere felice come sono”».

Cosa pensa di quello che ha dichiarato il Cardinal Bertone sulla relazione tra omosessualità e pedofilia?
«Un’affermazione clamorosamente falsa. È intervenuta anche l’Aippc (Associazione psicologi e psichiatri cattolici) il cui presidente ha dichiarato che “non c’è nessun legame tra pedofilia e omosessualità, le teorie psichiatriche che ipotizzano un nesso sono assolutamente prive di fondamento”».

Che differenza c’è tra vivere una relazione con un uomo oppure con una donna?
«Non è solo il sesso, che è la manifestazione della differenza di rapporto in cui ci sono una giocosità e complicità che non puoi avere con una donna, per esempio perché con un uomo è esclusa la genitorialità. C’è anche una diversa attenzione al quotidiano rispetto a una prospettiva tipica negli uomini e non nelle donne».

Una coppia convenzionale progetta un futuro in cui ci sono il matrimonio, la famiglia, i figli. Una coppia omosessuale?
«In Italia le Istituzioni e la Chiesa non ci consentono di fare progetti. Mi rendo conto che un etero non lo può capire, ma è devastante. Mina fin dall’inizio la speranza anche segreta di ciascuno di poter vivere insieme per una vita intera».

E secondo lei la soluzione è il matrimonio?
«Io ho sempre chiesto la convivenza regolamentata sia per le coppie etero, sia per quelle omosessuali. Siccome non ce l’hanno voluta dare né i governi di destra, né quelli di sinistra, allora facciamo una battaglia di bandiera e chiediamo il matrimonio, anche se è sbagliato perché crea confusione, perché è sbagliato il nome. Visto che non otteniamo nulla ci rimane la provocazione per dire, come è giusto dire, che simo tutti uguali e non è giusta la discriminazione sulla base del nome “matrimonio”».

Si è mai innamorato di un etero?
«Purtroppo si. Gli uomini etero mi apprezzano, mi stimano per la mia testa, hanno fascinazione per il mio coraggio. Però non condividono l’attrazione fisica o la parte emotiva. Se ti innamori questa situazione è peggio di un no, perché vogliono restare legati a te senza arrivare a un rapporto d’impegno completo. Una tortura nella quale mi capita di cadere spesso».

Quando l’ultima volta? 
«Tuttora. Un ragazzo di vent’anni molto bello, molto dolce, mi ha fermato in un locale, ha voluto a tutti i costi diventarmi amico intimo, ma ha una ragazza e non è propenso ad arrivare fino alla completezza del rapporto. Mi piace, gli voglio bene e non riesco a sottrarmi. Alla fine è una situazione che fa male a tutti».

Lei è professore universitario, immagino siano molti i ragazzi etero affascinati dalla sua testa. Come ne esce? 
«Ho cinquecento alunni e alunne che si affidano a me da un punto di vista culturale ed educativo e quando c’è un ragazzo giovane che mi chiede di aiutarlo a crescere io non mi sottraggo. Però devo fare un lavoro molto duro su me stesso perché non c’è lo spazio per innamorarsi. Faccio il fratello maggiore, il tutor, il precettore, il punto di riferimento. Molti non pensano che a noi vengono poste queste prove non facili».

Mai avuto ripensamenti?
«Delle donne splendide hanno provato a farmi tornare indietro e io ho donato loro il mio affetto con grande gioia, niente di più. Anzi, questo è servito a confermare una situazione profondamente radicata in me. Un fatto serio, non casuale: amo gli uomini giovani, tra i venti e i trent’anni».

Cosa trova di irresistibile in loro?
«La forza fisica associata alla grazia e alla freschezza dell’approccio alla vita. Cerco un compagno d’armi, di avventure, di battaglie. Qualcuno a cui trasferire tutto ciò che sono».

Se potesse realizzare tre desideri quali sarebbero?
«Ho avuto due grandi amori femminili – una fidanzata e una moglie – e due grandi amori maschili con convivenza. Da un po’ di tempo non succede e mi manca. Quindi il primo desiderio è banale e umano, e spero lo pensi tale anche chi mi legge: vorrei un nuovo grande amore in cui due storie, due persone, due corpi, due quotidianità si compenetrano. Il secondo desiderio è che questo amore possa prevedere la costruzione di un futuro, e il terzo è che io possa, arrivato quasi a cinquant’anni, riversare sul mio compagno l’enorme bagaglio di conoscenza e di esperienze che la vita mi ha consentito di accumulare. Certo, insegnare mi aiuta, ma è a una singola persona che vorrei dare tutto».

 

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