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Amore! Che parola rivoluzionaria!

amore, una parola rivoluzionaria

Amore. Che parola rivoluzionaria! Ma quanto poco la pronunciamo? E quante volte, quando parliamo d’amore, avvertiamo negli altri un sottile senso di fastidio che ci induce al pudore e poi al silenzio?

Eppure le parole sono la nostra più grande forza. Sono un mezzo straordinario per edificare il presente e da esso il passato e il futuro. Portano senso. Azione.

E se nel mondo questa parola scompare, cosa sarà di noi?

Nel 2013 le parole più pronunciate sono state: decadenza, redditometro, crisi, forconi, invisibili, populismo, baby squillo, abolizione, corruzione, femminicidio, selfie, whatsapp, violenza. E’ chiaro a tutti: c’è qualcosa che non va. E allora è il caso di dirla questa parola, al di là di ciò che può pensare chi sta ascoltando, prima o poi capirà che non c’è parola e sentimento e senso più grande di questo. Che solo l’amore ci può salvare. L’Amore “integrale”, però. Quello che nasce dall’interezza del sé e tocca tutto: noi stessi, gli altri, la natura. La vita.

Viviamola, gridiamola, scriviamola all’infinito questa parola, perché si possa materializzare nel mondo per cambiarlo: Amore. Amore. Amore!

Ma che cos’è l’amore? Dove nasce, dove vive, quante forme ha? Quanto ce n’è dentro di noi e fuori, nel mondo? Possiamo amare tutti e tutto e la meraviglia che è ogni essere umano, che sono il cielo, le stelle, il mare o lo concediamo a gocce perché temiamo di non averne abbastanza da donare?

Ma quale amore? Non certo quello che si esprime in un selfie e dopo, una volta lanciato nell’etere, puff! Scompare. Qui un bacio è un bacio dato per gli altri: XXX. Così come l’abbraccio che si stacca subito dopo il click del cellulare ultramoderno che scatta fotografie perfette. Viviamo di istanti. 

Ciò che esprimiamo è una rappresentazione, che troppo spesso prosegue anche nell’intimità delle nostre case. Una maschera che non leviamo mai e con la quale camminiamo estranei a una terra che pulsa quanto la vita, rapiti da una società bulimica che sforna sempre più oggetti in grado di facilitarci il quotidiano o di avvicinarci a un Altro, che però non “tocchiamo” mai. Una società avida di umanità, che ingloba e disintegra, e dove la libertà si esprime nel poter andare dal polo nord al polo sud e nel poter comprare tutto ciò che ci piace, perfino le persone o un ruolo sociale di cui non sappiamo più fare a meno. Abbiamo dilatato il mondo attraverso le cose che abbiamo costruito e il mondo interiore si afferma solo a tratti, spesso in esplosioni distruttive.

Come possiamo comprendere che l’amore “che ama soltanto”, è la sola forma di amore che ci può salvare da questa crisi delle coscienze? Sedotti dal nulla che dimora nella vacuità, nell’effimero e che distrugge l’umano per salvare se stesso, diventiamo “umani disumani”, incapaci di cogliere il respiro profondo della vita.

Quante volte sentiamo lo stomaco in subbuglio e le lacrime pronte all’uscita senza sapere precisamente perché? Dentro abbiamo un’indefinibile inquietudine, un’ isterica agitazione. Un bisogno incontrollabile di essere amati, da chiunque. In qualunque modo. Quante volte ci sentiamo come persi, con un’ansia che ci opprime, che ci divora lentamente e alla quale non sappiamo dare una ragione?

A casa, al lavoro, per la strada. Ovunque avvertiamo una mancanza, cerchiamo qualcosa a cui diamo nomi diversi: giustizia, serenità, felicità, sicurezza, pace, agiatezza, successo. Benessere. Siamo convinti che tutto ciò, perfino la gustizia, sia possibile solo se viene da fuori. Se ci è data. Ci lamentiamo, accusiamo uno o l’altro, ma difficilmente agiamo in prima persona per creare, noi per primi, le condizioni che ci permettono di ottenere ciò che cerchiamo e che alla fine dei conti possiamo radunare in una parola sola: amore, appunto. Perché senza amore non c’è giustizia, né pace, né felicità, né un successo durevole e meritato. Di cui andare fieri.(…)

Cinici, freddi, calcolatori. Materialisti. Ecco cosa siamo! Incapaci di amare chiediamo amore e non lo diamo mai o se lo facciamo chiediamo in cambio più di quanto siamo disposti a dare noi. Eppure, quando quell’ amore non chiede che di amare, la gioia c’invade, perché è lì che risiede il senso della nostra esistenza. E’ in ogni gesto d’amore verso il prossimo che ci sentiamo interamente quella parte del Tutto che siamo. Un Uno in cui ci sono anche Io.

Invece no, cerchiamo giustizia ma non la esercitiamo nel quotidiano; cerchiamo serenità, ma non sappiamo offrirla a chi ci sta accanto; cerchiamo approvazione, ma disapproviamo ciò che non ci piace anche se nel profondo sappiamo sia la cosa giusta; cerchiamo amore fuori dalla porta del nostro cuore, invece è dietro di essa che vive. In una solitudine mortale. Proviamo invidia per chi, socialmente parlando, ha più di quello che abbiamo noi o per chi ha un talento al quale ambiamo, ma che non sarà mai nostro, perché il nostro neanche lo conosciamo. Non fa figo. Non merita un selfie, tanti mi piace su FB, un tweet o un messaggio whatsapp. Ma merita la nostra vita! 

Se vogliamo un’ esistenza serena, degna di essere vissuta, dobbiamo imparare a unire tutte le parti che compongo un essere umano: il corpo, la mente e l’anima. L’amore che ci salva è integrale! 

Dissoluzione e spaesamento sono parte di un quotidiano in cui governa un vuoto perenne che riempiamo di altro vuoto. E che invece può essere colmato vivendo l’amore. Amore per ciò che facciamo, per ciò che siamo, per la vita. Dove amore è l’assoluto, inteso come ciò che è “compiuto in sé e per sé”, perfetto.

Essere amati è il nostro chiodo fisso, una necessità esistenziale che non riusciamo a soddisfare, perché per essere amati davvero prima dobbiamo amare. Per dirla con Eric Fromm “dare è la più alta espressione di potenza. Nello stesso atto di dare, io provo la mia forza, la mia ricchezza, il mio potere. Questa sensazione di vitalità e potenza mi riempie di gioia. Mi sento traboccare di vita e di felicità.” (…)

Compiamolo quel gesto! Per scelta. L’Amore si materializzerà attraverso di esso e comincerà a circolare dentro e fuori di noi. E’ lì che si realizza la comunanza, che troviamo la formula in grado di riempire il vuoto di un pieno che troviamo invece, senza sforzi né coraggio, negli oggetti inanimati verso i quali non abbiamo responsabilità né doveri.

Quando lo esercitiamo, l’amore si rende solido e si manifesta negli accadimenti che si svolgono di fronte a noi. E’ lì che il sogno di un mondo migliore diventa possibile.

(…) Oggi, paradossalmente nel momento in cui abbiamo più bisogno d’amore, chi ne parla ovunque e con convinzione è considerato un po’ matto, quantomeno “fuori contesto”, diciamo “antiquato” o retorico. E’ come se ci fossimo rassegnati alla sua mancanza, la soffriamo come si soffre una malattia cronica. Sappiamo bene che l’amore puro, totale, è una rarità, e allora ci accontentiamo di viverlo così, anche se è malato, anche se ammazza. Ci convinciamo che trovare quello autentico è questione di fortuna. In realtà la fortuna è un alibi. Perché l’amore autentico e “integrale” richiede impegno, l’onere della scelta, della responsabilità. “Fatiche” che l’uomo di superficie non accetta. Allora è meglio un surrogato che il nulla. Un amoretto, una commedia.

E non ci accorgiamo che invece è la maschera che indossa il male ingannandoci, perché non guardiamo mai la pupilla del “volto” che ricopre. E allora, lo ripeto, di amore, di amore puro bisogna parlare, perché se siamo dove siamo è a causa della sua mancanza. Alla fine, a forza di parlarne, di vederlo agire, di mostrare che cosa produce quando è intero, “integrale”, vero, sono certa che riuscirà a “guarire” e a mostrarsi nella sua potenza, così grande da vincere tutto. Anche la morte.

Tratto da “L’amore ci salva, storie di sopravvissuti alla vita” di Barbara Benedettelli, prefazione di Francesco Alberoni ( Imprimatur 2014)

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