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Convenzione di Instanbul non discrimina

Credo siano superficiali, riduttivi e maschilisti coloro che bollano un fenomeno complesso e difficile da sradicare, come se si trattasse di una rivendicazione femminista fine a se stessa e utile solo a chi lo è. O un modo per fare spendere altri soldi allo Stato.

Nell’articolo di Giacalone, che per altro stimo, è stato tirato in ballo l’art. 3 della nostra Costituzione. Faccio notare che il principio di eguaglianza non è violato dalla Convenzione in quanto la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…A meno che non si riconosca nella donna una persona umana degna di tutela e di eguaglianza, voler negare l’evidenza della presenza di ostacoli culturali, sociali ed economici che, di fatto, limitano la sua libertà di sviluppare la propria personalità, non fa altro che alimentare la discriminazione (o diseguaglianza) che resiste ai secoli. Prendiamo per esempio gli ostacoli di ordine economico.

Anche le “femmine” hanno diritto di avere un trattamento economico eguale a quello dei maschietti, di non essere incluse in un cliché riduttivo, di poter scegliere quale strada percorrere nella loro esistenza senza condizionamenti. O no? E che dire dell’articolo 36 cost.? “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro”.

Perché allora le donne nel nostro paese percepiscono stipendi e pensioni notevolmente inferiori rispetto a quelli degli uomini? Questa disparità evidente, va ad alimentare la violenza economica. Violenza che non mi risulta sia mai stata inflitta da una donna al suo partner, ma che fa parte del fenomeno complesso contrastato dalla Convenzione. Trovo, anzi, che l’articolo 36 sia discriminante e credo andrebbe modificato aggiungendo dopo “il lavoratore” la frase “e la lavoratrice”. Perché in Italia tutto deve essere scritto per filo e per segno, altrimenti l’interpretazione è appunto interpretabile e il principio di eguaglianza va a farsi friggere. I padri costituenti si sono rifatti, in parte, con l’articolo 37 tutt’ora inattuato: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.” Chissà perché c’è stato bisogno di questa specifica (o discriminazione verso i maschietti).

Di certo negli anni quaranta il problema era più evidente di oggi. Le donne votano per la prima volta nel 1946. Il delitto d’onore era ancora in vigore. Lo stupro era considerato un delitto contro la morale. La donna – come specifica il secondo comma dello stesso articolo – aveva la funzione “essenziale” di occuparsi della famiglia e della prole. Oggi la legge sopperisce, qualcosa è cambiato, ma la cultura predominante resiste come dimostrano le statistiche. E i fatti. Sotto sotto la donna che si emancipa disturba, quella stuprata se l’è cercata e quella uccisa dal marito o dall’ex alla fine “ci sarà stato un perché”. I colpevoli diventano vittime e le Vittime, quelle vere (e quindi con la V maiuscola), subiscono la seconda violenza da parte della società e di una “giustizia” che fa sconti su sconti neanche fossimo al mercato.

Nell’articolo leggo: “il maschio che picchia (o ammazza) la femmina commette un reato più grave di una femmina che picchia (o ammazza) il maschio?” Quanti maschi vengono uccisi ogni anno dalle loro donne? Quanti di loro ne sono dominati fino a morirne? Quanti di loro vengono stuprati da una donna o da un branco?

La violenza sul genere femminile di cui parla la Convenzione ha una sua specificità, che va riconosciuta per essere contrastata. Soprattutto per prevenire la morte violenta di oltre 100 persone umane ogni anno. E’ vero che la Convenzione prevede, oltre a quelli non contemplati, anche strumenti già in vigore nel nostro paese. Ma per comprendere la sua utilità, bisogna immaginarsi nell’atto di mettere insieme i pezzi di un puzzle. Se le tesserine si trovano in stanze diverse e qualcuna finisce sotto il divano, qualcun’altra dietro un mobile, non solo ci si metterà più tempo a compiere l’opera, ma non si riuscirà a finirla a causa delle tessere nascoste.

Se invece le si cerca prima e le si raduna tutte in un unico luogo, sarà più semplice ottenere il risultato. Oggi in Italia quelle tessere sono sparse, alcune non sono mai state create, altre non si trovano più. Ma la cosa peggiore è che quel puzzle molti non vogliono finirlo perché non ne vedono la necessità che invece in altri paesi è chiara. E questo è lo scopo della Convenzione che, una volta definitivamente ratificata, ci obbliga – in virtù di uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione (art.10) – a seguirne le indicazioni senza se, senza ma, senza pregiudizi, senza opinioni personali, senza ideologie, senza polemiche sessiste e senza perdite di tempo che costano la vita alle persone.

Per quanto riguarda i centri antiviolenza, se sostenerli economicamente diventa “un obolo”, un pretesto per alimentare l’antipolitica e l’odio verso la casta spendacciona, allora siamo arrivati alla frutta. Questo fenomeno non si può giudicare attraverso una lettura condizionata e parziale della Convenzione di Istanbul, bisogna prima affrontare la realtà (e non sottovalutare l’antropologia culturale) che è ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

Barbara Benedettelli @bbenedettelli

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3 thoughts on “Convenzione di Instanbul non discrimina

  1. Come le feci sapere tramite Twitter, al suo ps. risposi così:
    Siamo molto lontani dal risolvere il problema del femminicidio se dopo anni d’impegno a tutela delle Vittime, anche in questo campo, in una dialettica di confronto in cui rispondo a un articolo di Davide Giacalone che s’intitola :Tutte le follie della legge per difendere le donne” e che ha come sottotitolo ” Vorrebbe rappresentare un baluardo del femminicidio. In realtà discrimina al contrario. E prevede oboli nascosti“, ci si sofferma sull’infelicità del doppio genitivo della qualifica che ho nel mio partito “Responsabile Area tutela Vittime della Violenza di Fratelli d’Italia” ( dunque una questione meramente nominale e non di contenuti). Da un lato si potrebbe sorridere, ma la questione nel merito è così delicata che meglio non farsi attirare nei giochetti del sarcasmo autoreferenziale. Il doppio genitivo in effetti non porta fortuna, e non so se si riferisce al fatto che io un giorno possa diventare vittima della violenza di Fratelli d’Italia. Intanto però mi sembra che le Vittime, anche culturali, di una battuta del genere, siano sempre e soltanto le donne. Sarebbe bene discutere sui contenuti, cercando una soluzione capace di impedire la morte di troppe donne. Già 27 dall’inizio dell’anno.

    Poi ci fu un breve ( per ovvi motivi di “spazio”) confronto via Twitter, mezzo troppo riduttivo per dialogare su temi così delicati. Qui lo spazio c’è, se vuole proseguiamo. Oppure appena mi sarà possibile le scriverò una mail per rispondere al suo ultimo tweet. Al quale in verità ho già in parte risposto nella mia replica su Libero di venerdì scorso.

    Barbara Benedettelli
    Responsabile Area tutela Vittime della violenza – Fratelli d’Italia
    (
    la lineetta a scanso di equivoci)

  2. Ringrazio Barbara Benedettini per avermi pubblicamente indirizzato una replica al pezzo sulla Convenzione di Istanbul. Peccato obietti non a quel che ho scritto, ma a quello che supponeva avessi scritto. Mi dà anche del maschilista, il che non mi scompone. Sono anche un po’ eschimese. Ricambio la cortesia facendole osservare il possibile equivoco nella qualifica: “Responsabile Area Tutela Vittime della Violenza di Fratelli d’Italia”. Passi per l’area, ma il doppio genitivo è sempre stato un brutta bestia, sicché si potrebbe intendere che vi sono vittime di violenza perpetrata da Fratelli d’Italia. Suppongo non sia così.

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