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“Il Giornale” 22 marzo 2010
Giuseppe Sottile ha lavorato come cronista per oltre vent’anni a Palermo, il cuore della mafia e dell’antimafia, e di un giornalismo investigativo – quello de L’Ora – che infastidiva i boss al punto da scatenare vendette, attentati e ammazzatine. Oggi Sottile cura per il Foglio di Giuliano Ferrara il prestigioso inserto del sabato. Nel 2006 ha scritto un libro, “Nostra Signora della necessità”(Einaudi), con il quale ha convinto la critica e ha vinto premi prestigiosi.
Sottile, che cos’è questo “teatro delle evanescenze” di cui parla nel romanzo?

É  la metafora di una Palermo piena di bisogni e di miserie, un palcoscenico sul quale prevale l’arte del dire e del non dire. Un luogo dove i ruoli si confondono e si sovrappongono grazie a un linguaggio quasi sempre allusivo. Io ero un giovane cronista, avevo si e no vent’anni, e sentivo il respiro marcio di una città che a tratti sembrava complice, a tratti disperata e impaurita. Eravamo tutti lì a osservare e descrivere un fiume di violenza dov’era quasi impossibile cogliere il filo di tanti omicidi. Era certamente una guerra di mafia, ma ci sfuggiva chi fosse su un fronte e chi sull’altro.

Lavorava al giornale“L’Ora”diretto da Vittorio Nisticò, un giornale che alla mafia faceva paura?
Volevamo rompere gli schemi di un’epoca conformista e pesante. Si può dire che L’Ora è stato il giornale di quella parte della Sicilia che non sopportava più l’oppressione mafiosa. Oggi sono tanti i colleghi impegnati in battaglie di civiltà, allora c’era solo quel giornale, esempio irripetibile in una terra dove, oltre alla mafia, c’era anche una Democrazia Cristiana che faceva sentire il peso dei propri patti segreti con i boss. Era la Dc degli anni indecenti, incarnata da personaggi come Salvo Lima e Vito Ciancimino.

Cosa pensa di Ciancimino Junior?
Lui riconduce ogni cosa al padre morto, considerato l’alfa e l’omega di quegli anni purulenti. E’ diventato suo malgrado il ventriloquo di un uomo che non potrà mai né confermare né smentire e questo impone a me giornalista – e credo anche e soprattutto ai magistrati – di procedere con molta attenzione.
Il ministro Maroni lo scorso febbraio ha detto che per vincere la mafia è necessaria un’adesione convinta da parte dei cittadini.

Ci si può arrivare?
Mi viene in mente la ribellione di Confindustria Sicilia che non vuole più pagare il pizzo e non vuole più stare né al gioco del racket, né con i furori dei professionisti dell’antimafia. Quelli, per intenderci, che vogliono tenere alta la tensione, per giustificare la propria esistenza, dicendo che c’è sempre una mafia tentacolare e inafferrabile da combattere. Quelli che non vogliono vedere i successi della magistratura e delle forze dell’ordine. Certo, una zona grigia c’è ancora e ci sono le retroguardie, soprattutto di picciotti, che non vogliono rassegnarsi alla sconfitta; ma il mostro è depotenziato. Si pensi a cos’è successo dal ’92 in poi: dopo le stragi di Falcone e Borsellino lo Stato ha risposto con forza. I risultati ci sono e si vedono.

Falcone diceva che “gli uomini passano, le idee e le tensioni morali restano”.
Il lavoro di questi due magistrati per contrastare la criminalità organizzata è stato enorme. Hanno affinato tecniche e strategie fino allora inimmaginabili. Erano siciliani che, a rischio della propria vita, volevano riscattare la terra nella quale erano nati. Ecco perché il loro sacrificio ha fatto maturare non poche coscienze ed è servito a sconfiggere non poche omertà.

Con l’omertà si è scontrato più volte da giovane cronista, eppure a L’Ora riuscivate ugualmente a portare alla luce storie che neanche i magistrati conoscevano. Oggi sono loro che mettono le storie nelle mani dei giornalisti?
Cito l’inchiesta di Firenze sulla protezione civile. Pubblici ministeri e giudici di quella città hanno messo a disposizione dei giornali ventimila pagine di intercettazioni telefoniche. In questo modo con la mistica del “volume voluminoso” la magistratura condiziona inesorabilmente il giornalismo e accredita la convinzione che se a carico dei quattro uomini arrestati c’è un dossier di ventimila pagine, non potrà esserci dubbio di prova. Io ci ho messo otto notti per leggere tutto, ma ancora non riesco a distinguere dov’è il passaggio di denaro, dove sono le famose mani nella marmellata. Quello che invece mi è chiaro è che le ventimila pagine rappresentano una sorta di foilletton dal retrogusto ottocentesco, dove la parte più intrigante si trova nel sottosuolo sordido del racconto: prostitute, sesso, familismi, cafonaggini. Però, mentre tra le chiacchiere è facile cogliere il malcostume, il passaggio dalle chiacchiere all’individuazione di un reato è operazione molto più complicata.

Intanto le persone coinvolte vengono criminalizzate.
Certo, e questo pone oltre che una questione morale, anche una questione di civiltà che riguarda la politica, la giustizia e il mondo dell’informazione. I reati sono una cosa, i comportamenti che appartengono alla sfera privata un’altra.

A proposito di sfera privata, lei è molto attaccato alle tradizioni. Quando è nato Pepe, il suo primo nipote, non ha potuto fare a meno di pensare a suo nonno.
Le cose che ricordo di mio nonno sono legate al rovesciamento dei luoghi comuni. Sono nato a Gangi, un paesino della “profonda Sicilia”, in cui vivevo ogni giorno la crudeltà di una realtà contadina molto lontana dall’immagine letteraria che la vuole buona, bucolica, onesta e disincantata. Quando penso a come venivano trattati i bovari, questi figli di nessuno utilizzati per guardare le mucche, altro che razzismo! Non c’era cosa più violenta e oppressiva di quella cosiddetta civiltà. Ciascuno di noi voleva vivere la propria epopea, un’epopea della miseria certo, ma un’epopea di fuga, e quando è nato Pepe ho finito per pensare alle mie paure di bambino, e a quel nonno che sapeva trasformare in favola anche il miserevole gesto di uscire la notte con i muli per rubare le fave, con le quali ci saremmo sfamati il giorno dopo.

Quel bambino che rubava le fave è poi cresciuto, è diventato giornalista, ha raccontato e racconta il mondo. Alla fine della giostra il suo di mondo dove lo ha trovato?
Al Foglio di Ferrara. Con lui, in un certo senso, sono tornato alle origini: a un giornalismo di battaglia. Ho compiuto un percorso circolare: ho cominciato con un grande direttore, Nisticò, che mi ha insegnato a diffidare sempre del conformismo, e mi ritrovo con un direttore che mi ripete ogni giorno di diffidare del conformismo, e di tirare fuori provocazioni e idee che possano contribuire a farci capire qualcosina in più del malandrino mondo nel quale ci troviamo a transitare.

 

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